Festival del Cinema Europeo – XVII edizione

 

Dedicato a Morando Morandini, insostituibile garante ed eccellente critico, il Festival del Cinema Europeo persevera nel suo intento di non arrendersi alla piattezza del sentire, del desiderare, del pensare. I focus sull’Europa e sull’Italia raccontano questo desiderio di superamento dei confini dell’esperienza quotidiana, lo struggente bisogno del sublime di tutti. 

I dieci film del Concorso sondano profondamente i temi trattati, comunicando immagini, sentimenti, idee che dominano la concezione del mondo della complessa Europa immergendoci nel crogiolo della sua cultura cinematografica. Gemme per strutture linguistiche drammatizzate attraverso singolari sintassi narrative. Principalmente orientato verso la dimensione conflittuale del soggetto, in specie “i giovanissimi”, il Concorso è attento anche alla struttura egemonica del potere che genera dilatazioni, lacerazioni, reificazione della coscienza, impedendo al singolo di fare della propria vita un’arte. 

Protagonista del cinema europeo è Krzystozf Zanussi, una delle figure più rappresentative dell’intellighentia mondiale, esemplare nella inquietante interrogazione del modo di essere uomini che lo sviluppo senza progresso ha obliterato brutalmente. Per questo intellettuale, regista, produttore, sceneggiatore, l’uomo è un grande mistero ed un profondo abisso. Visto in un’ottica prevalentemente filosofico-religiosa, inclusiva anche dei punti di vista della storia della letteratura e della politica, il suo cinema affonda il bisturi nella ricerca di senso dei molti segni del reale e racconta l’inconcepibile e irrazionale distanza tra la struttura individuale e la dimensione collettiva della società umana del dopoguerra e delle guerre di oggi. Scuote così l’ottimismo del mondo borghese e obbliga a dubitare dell’ordine esistente, anche se non prende manifestamente “partito”, puntando sulla comprensione, potenziata dal sapere delle Humanae Litterae e della Scienza, come forza teurgica, dei segni del reale per trasformare il mondo. Oggi la società, tesa ad una corsa verso il nulla, ha ancora l’opportunità di dare vita ad un’evoluzione culturale che cambi volto al collettivo umano, unica realtà che trascende in effetti l’individuo e il suo corpo, per abbattere quel timore epidemico, diffusissimo, di un futuro diventato un incubo più che una speranza. 

Il Festival rende omaggio al regista, critico e scrittore, Andrzej Żuławski, recentemente scomparso, analista quasi chirurgico che notomizza le profondità inconciliabili dell’animo dell’uomo, che purtroppo ancora oggi vive nell’ombra rifiutando la luce. Nato nel 1940, in un tempo dei più oscuri della Storia, di perquisizioni, esecuzioni sommarie, atmosfere fumose, cadaveri ammassati che, scorti da uno dei balconi della sua grande casa, ne trafiggono lo sguardo e la carne. Sono l’infanzia negata, lo sconfinato sapere, la conoscenza da clinico della schizofrenia dell’uomo, le matrici delle sue narrazioni dai cromatismi grigioverdi e rosso sangue.  “Platone, Kundalini, Freud, Buddha, Gesù, sono figure del pensiero umano, che io, con arrogante umiltà, considero il mio terreno.” Tessuto di lirismo e dramma, il suo cinema coinvolge per la capacità vertiginosa di attraversamento dei territori bui dell’animo e della sessualità in ogni sua forma, come lineamento profondo e rivelatore della natura umana. È un cinema catartico, che attesta pessimisticamente la caparbia resistenza dell’uomo contro il corso della storia. “Come cineasta sento di poter comunicare onestamente i miei eccessi, i miei deliri, i miei incubi. Con la scrittura, invece, non rinuncio al privilegio di poter ragionare di un mondo in cui restano dominanti la corruzione delle classi al potere, la perfidia della cultura e preferisco il silenzio alle ipotesi di compromesso.” 

Affascinante e singolare interprete dell’Italia istrionica è Christian De Sica, elegante erede della più grande tradizione dello spettacolo italiano ed internazionale. Attore raffinatissimo, magnifico, geniale, costruitosi con la sola forza del suo indiscutibile talento e di una sempre esercitata professionalità in costante evoluzione, capace di vivere intensamente il comico, il farsesco, il drammatico. La sensibilità grandissima, potenziata dall’amore per la cultura e dalla conoscenza cinematografica infinita, si traduce in una attorialità dinamica e completa e lo rende affascinante affabulatore dall’aneddotica inesauribile, prosatore arguto che rimanda alla solitudine del satiro, che mai si lascia turbare dalle frontiere umane. Perfetto nei tempi comici, evidenzia una maschera singolarissima, da cinema muto, che denuncia lo scavo nelle debolezze della creatura uomo, in specie quando interpreta personaggi tremendi. Mito autentico e reale in un tempo di apparenze. 

Elio Germano, ovvero la passione del teatro come “bottega delle minuzie”. Un ostinato volontarismo scolpisce il ritratto di questo giovane scalpitante ricercatore dell’essenza attoriale. “Mi sono innamorato del mestiere di attore, facendolo. Essere attore è viaggiare con emozioni in altri modi di essere. Recitare è trasmettere emozioni.” Libero da interpretazioni preconcette, lavora sulla comunicazione inconsapevole, sull’emanazione, piuttosto che sull’indirizzare volontariamente la sua interpretazione. In un poetico dubitativo, in una specie di ritiro anacoretico che gli permette di trasferirsi dalla vita reale in una sfera illusoria annullandosi, dopo aver studiato il tempo storico e i condizionamenti del personaggio, lo abita con fede diventandone sua carne. Severo con se stesso, “Persona” dall’energia contagiosa, coerente con la propria filosofia di vita, lotta politicamente per non perdere la propria umanità, e si pone il discorso, oggi insolito quanto mai, sui fini delle proprie azioni. 

La nuova rassegna dedicata alla commedia europea ha lo scopo di puntare sulla necessaria carica di non-senso del genere, che svela la grossolanità della morale convenzionale, le pretese significanti e le altezzose certezze del reale dei vari paesi di provenienza. Uno sguardo altro che restituisce alla realtà umana la sua autentica pericolosa complessità, mediante un eterogeneo repertorio di luoghi tematici, figurativi e stilistici. 

Le opere prime del Premio Mario Verdone e del Premio Emidio Greco attestano il grande amore del Festival per il cinema d’autore nello svelamento dei giovani registi italiani distintisi nella precedente stagione, capaci di raccontare il presente concreto e vissuto, la felicità sempre precaria, l’amore per ciò che è, l’eros mai autosoddisfatto, l’accettazione piena della casualità. Entrambi i Premi vogliono rappresentare le nuove leve del cinema italiano nelle loro singolari narrazioni e diverse estetiche. Con la Sezione “Cinema e Realtà”, invece, il Festival volge il suo sguardo critico e non positivista alla società per denunciare l’incoerente nozione di progresso e ritrovare le matrici della costruzione di un mondo comune dove scoprirsi, riformularsi e difendersi dall’espropriazione dei propri diritti e delle proprie risorse, mediante l’impegno collettivo.

 

Cristina Soldano e Alberto La Monica – Direzione Artistica