Cristina SoldanoDirettore Artistico Festival del Cinema Europeo

 

Il Festival del Cinema Europeo della città di Lecce è il sentiero più adatto a potenziare la propria dottrina della percezione artistica e dunque estetica, in rapporto con l’etica.
O re come ogni anno una selezione accuratissima e dei lm e degli eventi, che rappresentano il pensiero forte di una Europa sociopolitica ancora debole, percorsa dalla violenza e turbata dalla so erenza permettendo di apprezzarne, invece, le in nite diversità formali e tematiche dei suoi gli. Provenienti da diverse aree geogra che, 12 autori con vivido realismo e mirabile regia a rontano un ampio spettro di questioni inquadrandole in un tempo che ha rivoluzionato rapporti, pensieri, costumi sessuali nell’Europa di oggi. Alla sua insensatezza essi oppongono la sfrontatezza vitale delle proprie loso e, con narrazioni che conducono ad analizzarne le cause e gli e etti delle sue menzogne, rivelando al tempo stesso la dialettica continua tra l”io” e l’ombra, quello strato mobile dell’animo dove si agitano i demoni, che a igge i protagonisti.

Segno distintivo del CONCORSO è l’esperienza estetica cui si riconosce un ruolo guida nelle scelte consapevoli e nelle condotte inconsapevoli dell’essere umano, esperienza che schiude ad orizzonti di pienezza di vivere, di possibilità di pensare e vivere altrimenti. Avvia ad una introspezione quasi buddica, chiama alla contemplazione, senza menzogne, della nostra anima, misteriosamente mai completamente nota a noi stessi.

Regie e scritture eleganti delle COMMEDIE EUROPEE mettono in luce ciò che nell’uomo è ibrido, inesplicabile, sottodeterminato, plurideterminato, consegnano da vicino e in profondità i diversi tipi di intersoggettività esistenti e il mondo della nzione, dal quale l’essere umano entra ed esce.
La conoscenza profonda delle opere di NURI BILGE CEYLAN si produce entro una durata intima ed istantanea grazie ad una scrittura eccezionale e alla composizione magistrale delle immagini (inquadrature sse con abili giochi campo-controcampo negli huis clos, piani sequenza e saltuarie panoramiche widescreen del paesaggio con notevole profondità di campo). Vertigine poetica, che racconta in un’atmosfera di alta sacralità la radice drammatica della sua vocazione che esige segni mai emancipati dal riferimento all’inesauribile teatro della vita tragico e vulnerabile. Prima dello scavo delle anime dei protagonisti dei suoi lm c’è l’archeologia del grido, la disanima pluristrati cata e coraggiosa delle contraddizioni umane. È la dimensione tragica che accompagna il gesto autentico di una regia di un’anima, la sua, che si apre a quell’oltre, ove cadono le frontiere del tempo e dello spazio e che gli consente di addentrarsi negli ambiti più intimi e drammatici della sua condizione personale e della sua visione della realtà, dell’impossibilità dell’uomo di convivere, della sua disfunzionalità emotiva e della sua alienazione. Cinema che è già mito.

La sceneggiatrice e regista polacca AGNIESZKA HOLLAND porta nel suo cinema i segni e della situazione politica dell’Europa della pretesa totale sui cittadini nell’era della autodistruzione, del punto più basso della discesa della specie umana nell’abisso della disumanità, in cui la pace sembrava fosse oscurata da pesanti gocce; e della globalizzazione di oggi. Cinema, il suo, dominato bene dall’arte del primo piano, o del campo/controcampo, mai didascalico, né autobiogra co, i cui protagonisti sono ben radicati in ambienti creati a loro immagine, che dipinge semplicemente, incastrati tra loro e negli avvenimenti con la brutalità illogica dei diversi tempi storici. Cinema che racconta la scelta di una vita autentica, la possibilità di pensare, produrre ed essere altrimenti ad ogni costo.

Educato alla scuola del realismo anticonformista e ribelle della Bbc nella stagione d’oro, STEPHEN FREARS, formatosi al Royal Court Theater di Chelsea, fucina delle avanguardie culturali, e in televisione con Lindsay Anderson e Karel Reisz, assurge ben presto al gotha mondiale della notorietà. Mai distratto dalla prospettiva di programmatica esplorazione del reale e dal costante esercizio di trascrittura diretta ed essenziale, quasi ergonomica, talora monotonica mai didascalica. Dotato di una mappa virtualmente in nita d’occasioni, dal piccolo al grande schermo nella vita, e parallelamente sullo schermo, senza

ipoteche né preclusioni (da una Londra popolata di immigrati, alla giungla mediatica di Chicago, al deserto del New Mexico, a Dublino e sobborghi) per quella sotterranea inquietudine che muove la sua carriera e la sua ricerca, il suo cinema racconta situazioni irrisolvibili e devianze di personaggi dominati da un destino tragico, be ardo o indi erente. Regista sorprendente, s’insinua abilmente nelle trame più complesse e racconta più che documentare anche quando gli sfondi sociali sono pregnanti testimonianze del suo understatement.

Come non ricordarlo? TOTÒ è teatro, televisione, poesia pura, canzoni; l’artista più caro al pubblico italiano. Modello di condivisione e di coinvolgimento personale di fronte all’umanità so erente, spogliò la politica che contrastava con il suo sistema etico, convinto che alla ne tutti hanno torto e tutti hanno ragione. Questo non gli impedì, attraverso molti sketch teatrali e lm, di mettere in ridicolo, talora in modo esplicito, molti personaggi politici. Con un frac sgualcito o fracchesciacche, un paio di calzoni a zompafuosso e una bombetta nera la Maschera Totò riassunse tutte le caratteristiche della Commedia in senso storico, con una leggerezza ed una originalità, unica ed inimitabile. Divenne in poco tempo il grande interprete della commedia classica di tipo plautino, sviluppando appieno in senso personale sia la comicità che la malinconia del clown, e la straordinaria capacità recitativa a livello verbale, percependo se stesso come un attore comico glio della commedia dell’arte e legato fortemente al contatto con il pubblico. Infatti in tutti i 97 lm interpretati, Totò consegnò una eccezionale capacità di cambiare il registro recitativo a seconda del personaggio da lui interpretato e della storia rappresentata. Si riconosce, attraverso una mutabilità di maschere, il suo essere marionetta, una gura umana tipizzata attraverso l’esasperazione di alcuni tratti caratteriali, l’uomo qualunque, inserito nella piena banalità della vita quotidiana, l’uomo che so re all’interno di una vita di miseria e di precarietà, la maschera surreale e la sua eterna clownerie, che può essere considerata la base di tutte le sue metamorfosi. Riuscì a cucire, intorno a tutti i personaggi interpretati, un tratto umano e di simpatia, che costituì il fulcro della sua arte, derivata dal teatro, dalle strade di Napoli e dalla sua eccezionale capacità di osservare e di rappresentare.

Enfant prodige di una famiglia che apre la propria casa ai fermenti più vivi della cultura democratica, FRANCESCO MASELLI a ascinato dalla pittura incalzato da una Storia drammatica, attore appena cinquenne, studioso accanito dei classici ante tempus (conosce a memoria l’Amleto a soli sette anni), e del marxismo, freneticamente interessato alla pratica pittorica costruisce un suo universo artistico fuori dai tracciati culturali forniti dalla famiglia e dagli ambienti in cui si troverà a vivere. Scopre il realismo d’avanguardia surrealista, il realismo francese d’anteguerra formando il suo gusto cinematogra co no ad allora improntato prevalentemente alle suggestioni pittoriche e allo sperimentalismo visivo delle avanguardie. Ma è il sentimento tragico della vita e della storia che lo avvia alla carriera di documentarista colto e ra nato, pregno di lirismo e denuncia sociale in cui si evidenziano la ricerca compositiva, l’accuratezza del taglio fotogra co, il gioco sulle scansioni ritmiche tra le inquadrature. Proiettato nella militanza politica, produce poi lm che non hanno mai due anime, ma piuttosto piani complementari: il discorso e l’azione, le motivazioni e i fatti.

L’intelligenza dello sguardo e del corpo hanno imposto VALERIO MASTANDREA sullo schermo cinematogra co. Di bra della più autentica democrazia incarna l’idealismo e la ribellione al presente storico, interprete abile e razionale di personaggi più disparati sulla scena teatrale come sullo schermo cinematogra co, utilizza le proprie spinte emotive e so erenze primarie. Replicando il comportamento umano ed arrivando a personaggi realistici e vitali, testimonia un’armonica coesistenza di teatrale e cinematogra co, di vissuto e di interpretato, di sociale e di individuale.

Geneticamente disposta all’attorialità, ISABELLA FERRARI suscita una smagliante folata di pienezza che passa attraverso la sua relazione con lo spazio circostante, la padronanza della gestualità, degli e etti prossemici, dei processi empatici, e la spontaneità controllata della mimica.
La professionalità elevata capace di creatività e del personaggio e della sua arte fa di lei una icona autentica del cinema e del teatro, luminosa, dall’aura magica.

Cinque cinematogra e raccontano verità dolenti nei documentari di CINEMA E REALTÀ, una umanità mascherata, suggeriscono una necessaria coscienza del mondo, distruggono ancor più i ltri della nzione e della commedia, rendendo trasparenti le ideologie di classe, che ci a iggono, con un realismo che non ha nulla di manieristico.