ITALIA

I PUGNI IN TASCA Fists in the Pocket

1965 – 35mm – b/n – 107’

 

Regia: Marco Bellocchio

Sceneggiatura: Marco Bellocchio

Fotografia: Alberto Marrama

Montaggio: Silvano Agosti

Scenografia: Gisella Longo

Musica: Ennio Morricone

Costumi: Rosa Sala

Interpreti: Lou Castel, Paola Pitagora, Marino Masé, Pierluigi Troglio, Irene Agnelli, Jeannie McNeil, Liliana Geraci, Gianni Schicchi, Stefania Troglio, Mauro Martini, Alfredo Filippazzi, Celestina Bellocchio, Gianfranco Cella, Tino Mulinari, Lella Bertante, Sandra Bergamini

Produttore: Enzo Doria

Produzione: Doria Cinematografica

 

SINOSSI

In una decadente villa della montagna piacentina vive una famiglia borghese la cui direzione è affidata, più che alla madre cieca, al maggiore dei quattro figli, l’avvocato Augusto, che, fidanzato da tempo ad una ragazza di città, attende con ansia il momento di abbandonare la casa per formare una propria famiglia nel capoluogo. Nella casa vivono: Leone, il più giovane dei fratelli, epilettico ed incapace di ragionare; Giulia, la quale, anche se apparentemente più normale, è a sua volta malata e psicologicamente ferma ad una preadolescenza che la lega morbosamente a Sandro. Questi, a sua volta pazzo ed epilettico, ha una mente lucida nel concepire diabolici piani tendenti a sopprimere i familiari…

 

NOTA CRITICA

“(…) Marco Bellocchio ha dato fondo in questo suo I pugni in tasca a tutto ciò che di solito costituisce il mondo della giovinezza. In questo film c’è di tutto, davvero: odio e amore della famiglia, ambiguità dei rapporti fraterni, attrazione verso la morte, entusiasmo per la vita, volontà astratta di azione, furore impotente, malinconia morbosa, violenza profanatoria e infine, a sfondo di tutto questo, il senso cupo e fatale di una provincia senza speranza. Questa complessa e torbida materia non è però espressa in maniera crepuscolare come quasi sempre avviene nel cinema e nella letteratura italiana, bensì è affrontata, caso raro, drammaticamente. Il regista ha sentito che la violenza della sua polemica contro una certa società non poteva giustificarsi se non esplodendo in tragedia; e così si è posto il problema di come arrivare a inserire fatti grossi quali il matricidio e il fratricidio senza far saltare la fragile cornice naturalistica. Ma non ha saputo o voluto procedere sulla via maestra della normalità e ha preferito la scorciatoia della follia: infatti un uomo normale non può fare se non ciò che può fare, mentre un pazzo può invece fare qualsiasi cosa, salvo poi dare l’impressione che in fondo non ha fatto niente. C’era, però, il pericolo di cadere nel film orrido del genere di Chi ha ucciso Baby Jane? oppure nella tranche de vie verista di tradizione zoliana. Questa caduta è stata in gran parte evitata dal regista infondendo nel protagonista Alessandro una distorta e funebre coscienza. Marco Bellocchio con Alessandro ha inventato un personaggio molto bello e, specie nel cinema italiano, molto nuovo. L’originalità di questo personaggio sta nel fatto che la criminalità in lui non si nasconde, come avviene spesso nei veri delinquenti, dietro la facciata di un contegno corretto e normale bensì dietro una sistematica e ironica stravaganza. Il personaggio si salva e salva il film attraverso questa stravaganza di tipo amletico che finisce per dare un significato poetico anche ai suoi delitti, quasi riducendoli a espressioni bizzarre ma giustificate del suo stato d’animo. Questo è tanto vero che quando nell’ultima sequenza, imprevista e geniale, senz’altro uno dei pezzi di cinema più notevoli di questi ultimi tempi, Alessandro si abbandona alla esaltazione vitalistica e mortuaria che gli ispira la musica verdiana e muore, lo spettatore prova un sentimento di pietà come per la morte di un eroe in fondo positivo. La regia è vigorosa, con un senso drammatico dell’inquadratura significativa e del montaggio serrato che qualche volta però sembra essere rallentato da delle esitazioni di contenuto. Tra gli interpreti un elogio a parte va a Lou Castel che ha saputo creare con Alessandro un personaggio indimenticabile. Accanto a lui bisogna ricordare soprattutto Paola Pitagora, molto brava nella parte di Giulia e poi Mauro Masè, un convincente Augusto e Liliana Gerace, la madre. (Alberto Moravia, Al cinema)

 

“(…) Marco Bellocchio ha dato fondo in questo suo I pugni in tasca a tutto ciò che di solito costituisce il mondo della giovinezza. In questo film c’è di tutto, davvero: odio e amore della famiglia, ambiguità dei rapporti fraterni, attrazione verso la morte, entusiasmo per la vita, volontà astratta di azione, furore impotente, malinconia morbosa, violenza profanatoria e infine, a sfondo di tutto questo, il senso cupo e fatale di una provincia senza speranza. Questa complessa e torbida materia non è però espressa in maniera crepuscolare come quasi sempre avviene nel cinema e nella letteratura italiana, bensì è affrontata, caso raro, drammaticamente. (…) Con Alessandro ha inventato un personaggio molto bello e, specie nel cinema italiano, molto nuovo. (…)” (Alberto Moravia, Al cinema)

 

 

PREMI

1965 Festival di Locarno – Concorso: Vela d’Argento

1965 Rio de Janeiro FF: Premio Cinema Novo

1966 Nastri d’Argento: Miglior Soggetto