Ulivo d’Oro Premio Cristina Soldano

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Un’attenzione spasmodica per l’ulivo. Un albero rappresentativo di un territorio, come pochi, così identitario di una regione che quando pensi alla Puglia immediatamente ti balenano in mente distese sconfinate di fronde argentee d’ulivo e di mare azzurro, senza soluzione di continuità, dal Gargano al Capo di Leuca. Mai pianta è stata così sotto i riflettori come nell’ultima decade, per il flagello Xylella prima e per il gasdotto TAP ora.

Ulivo che in questo particolare momento può anche essere preso a paradigma di bellezza, quella che la settima arte esprime, come industria culturale del bello, con le sue maestranze, con i suoi attori e cineasti. Una delle grandi magie del mondo dai fratelli Lumièrein poi. Forse non tutti sanno che da sette anni è un artista orafo che cesella gli ulivi d’oro per il Festival del Cinema Europeo di Lecce, e, guarda caso, è pugliese, molfettese ad esser precisi.

Gli antichi per incoronare vincitori e poeti utilizzavano il lauro, Michele Amato usa l’ulivo. Negli anni lo ha declinato in forme diverse, mai uguale a se stesso, esattamente come le piante d’ulivo sanno essere, mai una identica all’altra. Così è l’arte quando è vera, mai un manufatto uguale ad un altro. Pezzi unici di una conoscenza sapiente. Michele Amato come un novello alchimista dà forma alle sue idee e le trasforma in oro. L’arte da sempre prende spunto dal vero di natura, perché nulla ci sorprende di più della natura. E nonostante la necessaria miniatura, gli ulivi di Amato sembrano la rappresentazione plastica dell’anima dei pugliesi e delle sue radici, come egli stesso sostiene. Tanto da far dire ad una icona di bellezza e bravura comeIsabella Ferrari, che l’ulivo d’oro alla carriera, assegnatole come protagonista del cinema europeo in questa edizione, è bello ed elegante.

 

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L’ulivo di Michele Amato – Mikama rientra appieno nella sua grammatica artistica. Orafo da sempre, formatosi all’Istituto d’arte di Arezzo, le sue creazioni non sono mai geometriche, ma volutamente imperfette, come la chioma degli ulivi che crea oppure come la natura, che nella sua imperfezione cela la bellezza, esattamente come un diamante ghiacciato, non trattato. Mik si ispira al sole, alla luce che si dipana, a serpenti e ragni, quasi un suo personale bestiario di forme che si diramano, si estroflettono verso l’esterno e assumono altre configurazioni. Egli parte dal concetto che il gioiello così come la scultura, devono provocare una emozione e devono avere un segno riconoscibile. Non solo oro dunque, ma anche perle e coralli, metalli non nobili come il ferro, oppure legno. Tutto per una emozione che balugina negli occhi di chi osserva in una sorta di estasi pura e mistica, da sindrome di Stendhal. “