Saverio Costanzo
Da sempre quello di Saverio Costanzo è un cinema che si muove fra la verità delle persone e la sostanza psicologica delle relazioni umane, lungo un percorso che, di film in film, tiene insieme le vicende degli individui ma anche i contesti storici o ambientali in cui le stesse si collocano. Lo dimostra già uno dei suoi primi lavori, Sala rossa, il documentario girato nel Pronto Soccorso del Policlinico di Roma col quale nel 2002 si segnala al Torino Film Festival. Un film il cui approccio immediato diventa la traccia di partenza della sua capacità di lavorare in un setting complesso, che costruisce una tessitura narrativa precisa applicata al cinema di finzione. Lo stesso metodo diventerà poi il punto di forza di Private, esordio nel cinema di fiction del 2004, con cui vince il Pardo d’Oro al Festival di Locarno. Siamo in questo caso nel contesto mediorientale, dove l’autore affronta la questione israelo-palestinese attraverso il lungo faccia a faccia tra una famiglia araba e alcuni soldati israeliani che ne occupano la casa. Un confronto che si fa tensione palpabile e argomenta i punti di vista contrapposti esasperando non solo le posizioni storico politiche ma anche le possibilità di relazione umana. In questo modo, Private sviluppa compiutamente quel tema della convivenza in un perimetro forzato che sarà poi uno dei nuclei centrali di tutto il suo cinema a seguire. Lo dimostra perfettamente il secondo film, In memoria di me, dove il giovane protagonista si autoesclude dalla vita mondana per intraprendere il noviziato in un convento, cercando tra quelle mura di comprendere la vera natura della sua relazione con l’esistenza. La coordinate sono rovesciate rispetto al film d’esordio e Costanzo traccia in questo modo un percorso dove proprio il rapporto dell’individuo con sé stesso diventa il nucleo drammatico principale, senza che questo faccia venir meno la questione vitale delle relazioni con i vicini di vita, da includere o escludere.
È evidentemente una questione fondamentale per l’autore, che infatti la ripropone anche nel film successivo, La solitudine dei numeri primi, tratto nel 2010 dall’omonimo romanzo di Paolo Giordano. Stavolta, l’unione affettiva che unisce i due protagonisti si muove su una drammaturgia che crea un legame psicologico opposto al mondo, mentre lo stile allo stesso tempo immersivo e franto dona forma a un cinema che si nutre di emozioni visive e di accensioni dolorose molto marcate. Nel successivo Hungry Hearts, del 2014 e tratto dal romanzo di Marco Franzoso, l’abbraccio fra la pienezza drammaturgica e la tensione a tratti anche scostante della messa in scena diventa formula piena e prolifica: tutto è un dissidio interiore tra amore e timore, accettazione e repulsione, tolleranza e distacco, elaborato partendo dal dramma di una madre che tenta ossessivamente di proteggere il suo bambino dal mondo e di un padre che cerca di salvarlo dai rischi di quell’amore così esclusivo. Questa linea d’intervento basata sull’indagine introspettiva delle relazioni e dei sentimenti, si mantiene poi nell’impegno successivo, ovvero la versione italiana della serie In Treatment, dove il ricco cast di interpreti guidato da Sergio Castellitto garantisce agli episodi una rilevante forza d’urto drammatica. Più orientata a un’architettura classica è invece la fortunata trasposizione televisiva del romanzo di Elena Ferrante L’amica geniale, in cui Costanzo firma le prime due stagioni adottando un taglio che sta tra il realismo onirico e le trame sotterranee di una realtà partenopea destabilizzante. La fluidità di approccio tra una messinscena rigorosa e le derive oniriche che contrappuntano gli itinerari esistenziali della protagonista caratterizza anche l’ampio affresco storico e cinematografico offerto dall’ultimo Finalmente l’alba. Una produzione importante, in cui Costanzo rievoca una Roma postbellica sospesa tra le case popolari e i viali di Cinecittà: il sogno di un cinema che dialoga con la vita reale utilizzando gli strumenti incantati della finzione.
Davide Di Giorgio